può esistere una ricerca disinteressata della Verità?
Leia Mais…domenica 22 marzo 2009
coscienza collettiva
La coscienza sociale propone strutturazione e regolazione dell'interazione e del comportamento degli individui appartenenti alla comunità tramite rappresentazioni collettive, valori e norme, ma anche istituzioni e sanzioni, che vanno a costituire e disporre la sua stessa dimensione sociale. I membri quindi sono regolati nelle loro relazioni da questa "coscienza collettiva" come totalità dei fattori che orientano sia la produzione materiale sia quella intellettuale.
sabato 21 marzo 2009
Generalmente, quando parliamo di coscienza indichiamo un particolare stato interiore. è questa una definizione generalissima, che separa unicamente l'esteriorità dall'interiorità. La difficoltà di definire che cosa sia una coscienza è data dalla difficolta di ottenerne un riscontro empirico, almeno in senso tradizionale. Certamente l'etimologia ci riporta alla lingua latina, cum scire, sapere con o sapere insieme. Quello di cui voglio parlare non è la coscienza come condizione clinica propria della neurologia (per es. la Glasgow coma scale), cioè quello stato di vigilanza che si contrappone al coma; neppure secondo il significato che gli da la psichiatria, per la quale invece è funzione psichica che intende, separa. definisce l'io dal mondo esterno. Per alcuni queste condizioni sono preliminare alla Coscienza, per altri, essa prescinderebbe da un certo andamento della condizioni neurologiche soggettive. Pensiamo a chi sostiene l'esistenza di una coscienza nei casi clinici di coma permanente. Quando invece diciamo "è un caso di coscienza", oppure "deve vedersela con la sua coscienza" attribuiamo a questo termine ben altro consistenza. La filosofia, ma anche certa psicologia tradizionale, direbbero che è capacità di assimilare la conoscenza, come posizione successiva a quello della sola consapevolezza; è l'entrare in possesso del sapere, dove consapevolezza e coscienza sono intesi come processi psichici in senso cognitivo e non strettamente neuro-cognitivo. Sappiamo quanta parte giochi la conoscenza nel proiettarci verso il concetto di Scelta. Sempre la psicologia poi, ha usato questo termine come contrapposizione all'incoscienza, cioè stato dell'inconscio. Sarebbe interessante riflettere sul come l'incoscienza prema sulla coscienza.venerdì 20 marzo 2009
ancora sui podromi del nobile giuoco degli scacchi...
Tuttavia nel precedente "post" non ho fatto cenno a quelli che possono essere considerati effettivamente gli antenati degli scacchi.
Su queasto punto ho ritrovato alcune notizie interessati e bibliograficamente dettagliate a cura del circolo scacchistico "ZANITRIKION".Tenterò di riportare alcune; pare che il gioco anticamente più simile agli scacchi, come noi li conosciamo oggi, sia di origine indiana; fece la prima comparsa nelle regioni nordoccidentali dell'antica India attorno al 600 d.C. (su questo punto sempre il già citato Murray in "A history of Chess", it."Una storia degli scacchi". Oxford, 1913). Taluni sostengono che passò in Persia al tempo di Cosroe I Nushirawan (531-578 d.C.) o a quello di Cosroe II Parwiz (590-628 d.C.) assumendo il nome di Chatrang, come risulta da antichi poemetti scritti in lingua pahalavica ( i testi sono il Vicarisn i Chatrang comunemente chiamato Chatrang Namak). Tra gli indiani avrebbe potuto chiamarsi Chaturanga. Questo chaturanga è, secondo gli studi più attuali, quello che ha maggior possibilità di fregiarsi del titolo di antenato progenitore degli scacchi. I cinesi avevano giochi simili, allo stesso modo di ciò che abbiamo detto per altri popoli antichi, ma questi passatempi possederebbero soltasnte alcuni tratti comuni agli scacchi, non potendosi così collacare in una posizione di originalità (Bidev P.,"How old is chess", in British Chess Magazine, 1987, pp. 214-21). Già prima di arrivre in Persia il gioco aveva cominciato a circolare grazia anche alle vie commerciali dei carovanieri, nel Borneo era Chatur, nell'isola di Giava Chator e nella regione di Burma Chitareen.
La Persia, come si sa, viene invasa dagli Arabi, intorno al 637 d.C., vicenda nella quale fu coinvolto Khālid ibn al-Walīd, una capo guerriero islamo-meccanico, del clan coreiscita, che da quanto è raccontato,prima della sua conversione, battagliò anche contro le truppe musultamane comadate dal profeta Muhammad, che in quella occasione restò ferito. Questa invasione comporta il cambiamento di Chatrang in Shatranj, infatti i suoni persiani di "ch" e "g" erano sconosciuti alla lingua araba. Sarebbe proprio questa civiltà, con la sua attività espansionistica e dominatoria ad aver veicolato il giuco verso l'africa e poi in Europa. Si è anche sostenuto che il gioco sia entrato dalla Russia o da altre regioni nord-europee.
Joseph Needham, storico della scienza, orientalista e biochimico, nella sua opera Scienza e civiltà in Cina, che è un enciclopedico opus magnum, parla anche di una possibile attribuzione del gioco degli scacchi ai cinesi; la tesi è tuttavia minoritaria. (Needham J.: Science and Civilisation in China, Cambridge, 1962, pp. 314-334, non sono stato in grado di reperire il numero deòl volume). su questi punti comunque anche la rivista Scacco Luglio/Agosto 1990, pp. 294-298.
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mercoledì 18 marzo 2009
a proposito della STORIA degli SCACCHI: nell'antichità...
In realtà pare che gli arabi avessero conosciuto questo giuco dagli indiani, che con molta probabilità lo incentarono più di 1500 anni fa.
Il tavoliere sembrerebbe assomigliare a quello degli scacchi, ma probabilmente il gioco si avvicina più a quello della dama; deriverebbe poi da alcune varianti di giochi già noti ai greci fin dal tempo di Omero (petteia, pessoí, psêphoi o pente grammaí). Patteia deriva da pessos, pl. pessoi, che indicava le pedine. In realtà già prima della nascita di questo gioco, il termine poteva indicare le pedine di un gioco in generale. Omero utilizza questo termine per indicare i pretendenti di Penelope (Οδύσσεια,1,107: "πεσσοῖσι προπάροιθε θυράων θυμὸν ἔτερπον"). Questi giochi. i greci li giocavano con una damiera, composta da 42 quadrati, anche se non sappiamo con certezza la posizione che le pedine occupavano su di essa. Siha una testimonianza di tavoliere con 12 pezzi disposti disordinatamente, in un gruppo di terracotta ritrovato da Conrad Bursian, filologo e archeologo tedesco dell'ottocento, nel quale appare un ragazzo e una donna attorniati dal altri individui mentre giocano questo gioco. Si ha poi un'altra rappresentazione in unanfora datata 530-525 a.C, di Εξηκίας, ceramografo che realizzò principalmente ceramica a figure nere, alle quali in quell'epoca cominciarono ad affiancarsi quelle a figure rosse, che poi avrebbero scalzato le prime. Come vasaio e come pittore, Exekias fu un innovatore ed immaginò nuovi temi, un esempio è proprio il pezzo conservato nel museo etrusco-gregoriano dei musei vaticani.

Quest'anfora rappresenta Aiace e Achille concentrati in un gioco da tavolo. Non sappiamo certezza di che gioco si tratti; per alcuni potrebbe essere astrangolo, un gioco a 4 dadi, ricavati dalle ossa di capre o montoni (in anatomia umana l'astragalo è un osso appartenente al tarso del piede, che si articola in alto con le ossa della gamba e in basso con il calcagno ed ha una forma grosso modo cubica). Vi si leggono le parole:"Eksekias m'epoiesen" nella forma del trimetro giambico.
Potrebbe trattarsi tuttavia anche di petteia; anche Erodoto parla di questo gioco nelle Istorie,che i Lidi avrebbero praticato come distrazione contro la fame. Successivamente il giuoco petteia venne chiamato polis, le cui regole sono descritte nell'Onomastikon di Giulio Polluce, retore e lessicografo greco del II secolo d.C. Quest'opera, di cui restano estratti considerevoli, è dedicata all'imperatore Commodo, che fu suo allievo ed appare come un elencazione di vocaboli e sinomini, con exempla ed explicationes; è particolarmente noto il libro IV, nel quale si parla delle maschere e dei costumi greci; l'onomastikon infatti è soprattuto una fonte preziosa per la storia del teatro greco, ma anche, come ci dimostra il riferimento alle regole del gioco, per il folklore e la tradizione in generale. L'oratore ci spiega che i giocatore devono portare la pedina dall'altra parte della damiera nella propria città, ecco perchè la patteia viene poi chiamata polis. Se la pedina viene circondata da altre dell'opposto colore, può essere eliminata.
Pare che anche Aristotile nella Politica accenna a questo gioco in senso figurativo, parlando degli apolidi, i greci cacciati dalla citàà di Atene, che sono paragonati alle pedine rimaste isolate da quelle dello stesso colore, le quali devono aspettarsi grandi tribolazioni. Ottima metaforo socio-filosofica del ruolo della società civile, se si ricorda quando pocanzi detto sul destino della pedina circondata. (si veda comunque F.Barone, Ludosofia, Edizioni Interculturali, 2005).
Aristotele usa la figura del Gioco della Citta anche in senso sociologico, il pezzo senza legami in rapporto alla sua concezione dell'uomo come animale politico, cioè come animale gregario.
L'apolis o è un meschino o è un superiore all'uomo, anche se è senza famiglia, athemistos cioè che ignora le regole della vita civile, quindi senza legge, infine senza focolare.Oltre a questo gioco i greci praticavano anche quello della Kubeia,nel quale si adoperavano anche i dadi. Come sostiene l'antichista Oswyn Murray, questa damiera era priva di quadrati e con sole linee.( si veda sul punto H.S.R.Murray, "Giochi del mondo antico", ed.Oxford e "storia dei giochi da tavoliere, eccetto gli scacchi" ed.Oxford, entrambi in inglese).
Sarebbe opportuno a questo punto anche accennare all'antico Egitto; presso gli egiziani, esisteva giochi con la tavola damiera e le pedine, lo scavo di El Mahash ha portato alla luce una damiera 3x6 con pedine rotonde, databili al 5000 a.C., periodo predinastico.
la tavola è perciò divisa in 3 linee orizzontali. Questi giochi da tavola dell'antico Egitto sono stati spesso paragonati alla dama, ma questo avveniva per un errore terminologico (Jeu de dames o draughts) derivante da inesattezze della descrizione. Questi giochi avevano infatti in comune solo la tavola e le pedine. Dice Murray ancora che questi erano solo giochid corsa e che l'unica complicatezza fosse data dall'usare la damiera con i quadrati segnati. Giochi simili a questi esistevano e sono stati ritrovati in Mesopotamia, Creta, Asia Minore.
Appare giusto ciò che dice Huizinga:«Il gioco è più antico della cultura, perché il concetto di cultura, per quanto possa essere definito insufficientemente, presuppone in ogni modo una convivenza umana, e gli animali non hanno aspettato che gli uomini insegnassero loro a giocare. ... Gli animali giocano proprio come gli uomini; tutte le caratteristiche fondamentali del gioco sono
realizzate in quello degli animali» (J. Huizinga, Homo ludens, Amsterdam, 1939, trad. Ital. 1946, Einaudi Edit. Torino).
Per continuare, durante la quinta dinastia in Egitto appaiono anche le damiere 6x6, ma non si tutt'oggi in grado di stabilire le connessioni fra questo antico gioco e la dama, della cui storia qui non ci occupiamo, ne tantomeno appaio possibili implicazioni con gli scacchi.
Tra i romani si giocava a lutrunculi, l'abbiamo detto all'inzio ed il primo a menzionarli è Varrone nel decimo libro del de lingua latina (ut in tabula solet in qua latrunculis ludunt).
Lutrunculi significa come direbbero gli inglesi, robber-soldiers, cioè mercenari. La tavola pare che fosse 8x8.
Sulla storia del gioco da tavola nell'antichità non mi sembra utile dire nulla di più. Aspettare un prossimo post sul seguito della storia.
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la nascita del nobile giuoco degli scacchi
Pare che il nobile giuoco degli scacchi sia stato inventato dagli arabi. Una leggenda, che Paul Maurensig cita nell'incipit nel suo noto romanzo "La variante di Luneburg", racconta che quando il gioco venne presentato al sultano, questi,entusiasta, volle premiarne il geniale inventore, dichiarando che avrebbe esaudito ogni suo desiderio.
Così l'inventore chiese come compenso di avere tanti chicchi di grano quanti risultavano da questa apparentemente semplice addizione: un chiccho sulla prima dell 64 caselle della scacchiera, 2 sulla seconda, 4 sulla terza e così via;
la somma la somma infatti dovrebbe riferirsi ad una serie che partendo da 1, si costruisce sulle potenze del 2, per a(n)=2^n;
per es. la successione potrebbe essere così: 1, 2, 4, 8, 16, 32, 64, 128, 256, 512, 1024, 2048, 4096, 8192, 16384, 32768, 65536, 131072, 262144, 524288, 1048576, 2097152, 4194304, 8388608, 16777216, 33554432, 67108864, 134217728, 268435456, 536870912, 1073741824, 2147483648, 4294967, etc
quando il sultano si rese conto che una simile richiesta era inesaudibile poichè non sarebbero probabilmente bastati tutti i granai della terra, reputò opportuno, per togliersi dall'imbarazzo di non poter onorare la parola data, di fargli tagliere la testa.
Successivamente il sultano si appassionò al nuovo gioco così tanto da smarrire la ragione: pagò perciò un prezzo ben più alto.
